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ALFONSO E NICOLA VACCARI - PITTORI
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HANNO ESPOSTO ALLA 54° BIENNALE DI VENEZIA AL PADIGLIONE ITALIA DELL'EMILIA ROMAGNA - Chiostri San Pietro, Reggio Emilia, dal 18 luglio al 2 ottobre 2011. SEGNALATI DA CAMILLO LANGONE (Giornalista di Libero e del Foglio).                                                                                           

 ALFONSO E NICOLA VACCARI, gemelli pittori  classe 1961, sono nati a Forlì dove vivono e lavorano. Dipingono a quattro mani. Si sono diplomati al liceo artistico di Ravenna e all’Accademia di Belle Arti di Bologna - corso di Pittura ; hanno esordito nell’85 con una mostra a cura di Achille Bonito Oliva a Bergamo, dal titolo DESIDERETUR, entrando a far parte della generazione successiva alla Transavanguardia italiana.
La loro ricerca artistica negli anni è proseguita verso un ritorno all’ordine, nell’ambito del neorealismo, sino ad approdare nella Nuova Figurazione italiana. 
Hanno partecipato a numerose mostre collettive e personali a livello nazionale e internazionale, come indipendenti; sono considerati fra i maggiori esponenti della pittura di paesaggio contemporaneo.
La loro ricerca pittorica verte su soggetti di paesaggi notturni urbani e sulla centralità della figura femminile. Si sono occupati di critica d’arte e giornalismo, di performance teatrali di pittura sinestetica e di cinema, con un cortometraggio rivoluzionario dal titolo “Dietro l’angolo del sogno” - Tondini Production.
Dal 1995 insegnano in un corso di formazione artistica a livello accademico, di disegno e pittura, sostenuto dal centro sportivo Libertas di Forlì. E’ uscito nel sett. del 2008 un loro romanzo edito da Azimut, dal titolo: “Angeli senza ali”.
La loro pittura è un linguaggio artistico che guarda alla realtà quotidiana, al recupero della memoria attraverso scenari notturni, come luoghi vissuti nella contemporaneità.  Hanno partecipato alla serie di mostre curate dalla Migheli Arte di Bari: “City of Angeles”, facendosi apprezzare anche in molti ambienti dell’arte contemporanea del sud Italia.  Ultimamente hanno eseguito importanti  interventi pittorici in luoghi prestigiosi, come la stanza N° 208 dal titolo “Nottetempo”, all’Alexander Museum Palace Hotel di Pesaro.
Sono stati scelti  da Vittorio Sgarbi, assieme ad altri , ad esporre alla collettiva di Palazzo Pianciani al Festival dei due Mondi di Spoleto ediz. 2010. Fra i critici e personaggi noti, che hanno maggiormente apprezzato le loro opere sono: Claudio Cerritelli, Claudio Spadoni, Silvia Arfelli, Vittorio Sgarbi, Achille Bonito Oliva, Flaminio Gualdoni, Dacia Maraini, Red Ronnye, Francesco Gallo, Marco Dallari, Gianfranco Labrosciano, Camillo Langone, Jean Blanchaert ed altri.


    Ogni opera è coperta da ©


SULLA NOSTRA PITTURA

 

 

La nostra pittura guarda principalmente alla realtà del nostro tempo, per cui lo stile che più ci corrisponde è il “neo realismo”, quindi la “nuova figurazione”.

Attingiamo, da diversi anni, al Realismo americano (siamo partiti guardando Hopper e Richter) ed ora guardiamo alla pittura contemporanea dell’ultima generazione di pittori americani come Jeremy Lipking, Jacob Collins, Michael Klein, David Kassan e altri. Il neo realismo - questo tipo di figurazione -  ci permette, allo stesso tempo, di raffinare la qualità della pittura per la pittura, attraverso una esecuzione sempre attenta al dettaglio, all’emozionalità del soggetto, alla valenza cromatica e alla composizione d’insieme.

Per elaborare l’idea di un quadro partiamo dalla fotografia, in quanto crediamo sia il mezzo migliore e più diretto per rimanere ancorati alla realtà oggettiva del nostro tempo. Non solo i nostri quadri nascono da fotografie da noi scattate, come una sorta di regia, un saccheggio della realtà con fotogrammi simili a flash back cinematografici, ma anche attingendo – come fanno molti altri pittori della nuova figurazione – al mondo virtuale di internet. I temi pittorici che trattiamo appartengono al quotidiano, sia per il paesaggio che per la figura. Solitamente i paesaggi sono quadri che raffigurano scenari urbani, spesso visioni notturne ove strade, case, palazzi, auto in movimento e luci di fari e lampioni, sono elementi tipici del paesaggio contemporaneo, quindi immagini realistiche che ci appartengono, che vediamo e viviamo tutti i giorni.

L’apparente banalità  di un luogo, come per esempio una strada urbana, diventa, attraverso la sublimazione della pittura, un singolare memoriale della realtà che seduce, incanta, con suggestive prospettive d’insieme. Ecco che l’ordinario si fa straordinario mediante il filtro estetico dell’interpretazione pittorica.

Riguardo le figure invece, i temi che maggiormente ci affascinano sono quelli della sensualità e dell’erotismo femminile. Le nostre fanciulle spesso vengono dipinte in tutta la loro conturbante bellezza seduttiva, cogliendone così l’aspetto più erotico ma anche poetico. I riferimenti letterari vanno da Nabokov a Bataille, e quelli pittorici da Balthus a Galliano, ed altri. Erotismo e trasgressione tuttavia non surclassano mai l’idea e il senso di bellezza ispirata. Alcune ragazze ritratte sono modelle che hanno posato per noi e alle quali abbiamo scattato diverse foto; quindi il primo passo è sempre la fotografia anche in questi casi, e poi il quadro nasce elaborato in studio successivamente. Altre immagini di fanciulle, come detto per i paesaggi, sono attinte dallo sconfinato mondo della rete, popolato da imprevedibili situazioni di erotismo dissacrante, fatto di eccessi ed ostentazione. A volte questo mondo oscuro può suggerirci un certo tipo di opere. La centralità della figura femminile, nel nostro lavoro, mira anche a denunciare l’utilizzo improprio della donna come “oggetto” per soddisfare l’esigenza pubblicitaria nei mass media.

Da diversi anni le nostre opere sono realizzate a quattro mani.

 

Alfonso e Nicola Vaccari



Sera a Porta Schiavonia - olio su tela, cm 140x100  2014


REMINISCENZE DEL SUBLIME - sulla nostra pittura.

  La nostra pittura indaga il reale, ciò che appartiene al nostro tempo, filtrato dall’obiettivo fotografico che funge da spartiacque tra l’esperienza di una memoria individuale e quella collettiva. Si intende che l’identità viene recuperata attraverso  l’emersione della memoria, nelle corrispondenze di immagini vissute, catturate con la pratica dello spostamento e del saccheggio visivo, che equivale allo scatto fotografico. Il flash-back  visivo della rimembranza, sia personale che collettiva, converge sui frammenti fotografici come ricomponimento del vissuto ove, durante le escursioni notturne o crepuscolari in auto, si mette in atto la “performance”, che anticipa il Leit-motive della visione artistica, destinata all’opera pittorica.

Dunque il recupero della memoria attraverso il luogo vissuto, nel senso più filologicamente proustiano, come pretesto del fare pittura. Lo stile più consono a questo scopo è quello di uno stile di “Nuova Figurazione”, di rappresentazione realistica, ma mai - come spesso erroneamente è stato catalogato - di una realia fino al feticismo del dettaglio, come si conviene alla pittura iperrealista. Le nostre tematiche di soggetto vertono in due specifiche principali direzioni: quella del paesaggio urbano e quella della centralità della figura femminile, della sensualità pura delle fanciulle, contro una coercizione maschilista in cui si relega il ruolo della donna a uno scopo puramente sessuale, ad uso di una mercificazione a favore di un prodotto mass-mediatico. Ma tutto questo non discosta dalla sensualità, eco di una contemplazione della bellezza celebrata nell’intimo e nella carne; non solo creature appartenenti alla più vicina attualità, ma anche proiezioni di reminiscenze di un’esistenza anteriore, che spinge l’artista ad una dedizione all’opera d’arte, nel concetto del mito platonico proustiano, come illustra Lorenzo Renzi nel saggio “Proust e Vermeer” - il Mulino edizioni. Allo stesso modo che nella Recherche anche la nostra pittura insegue temi diversi, pur restando questi collegati tra loro, dallo stesso Leit-motive: tra glorificazione della bellezza, erotismo e incanto.

La reminiscenza è transitiva, discontinua e alterna, come alterni e discontinui sono gli anni, i luoghi, le strade, le case e la seduzione femminile. La nostra pittura è anche di tipo letterario, nella necessità di soddisfare, in un dovere morale, l’inserimento di una narrazione, facendo letteratura con la pittura. Al pari di quando scrivendo romanzi, lo facciamo come se stessimo dipingendo con la parola scritta. Dipingere per noi è quella pratica salvifica che non solo soddisfa la “fame di bellezza”- e in quanto tale la bellezza difficilmente la si sostiene a lungo (concetto sia Hessiano che Kunderiano) - ma ne sancisce il possesso, nella sua alleanza estetica di inviolabile sacralità, la riafferma secondo un personale punto di vista, in una individuale “proposta” di sensibilità e veggenza sulla visione delle cose.

Molti critici non sanno che la scelta di un determinato soggetto ricorrente svela una specifica debolezza dell’artista, mistero che cela un dilemma di amore tra lui e l’oggetto amato. Non si dipinge per decorare le pareti altrui, ma per vincere un’ossessione di cui un tipo di bellezza ne è causa. Tutto questo vale per uno scenario notturno urbano, quanto per le femmes, callipigie o ninphae: due tipi di bellezza che scuotono l’anima producendo ispirazione.

Sempre sulle fanciulle, nei corpi di “carne e anima”, di quelle che posano per noi o sottratte al “carniere” del web, anonime ma non per questo prive della stessa esuberanza vitale che ci riconducono ad altri incontri del nostro vissuto, soglie di un immaginario poetico-erotico presagito sin dall’infanzia, l’aspetto vocazionale e celebrativo resta coniugato nella ricerca del sublime. 

 

Tornando alle rappresentazioni di paesaggi urbani, sia notturni che diurni, ove è chiaro un riferimento citazionistico Hopperiano, possiamo asserire che la nostra ricerca pittorica và verso l’osservazione di un paesaggio contemporaneo e antropizzato. E’ il paesaggio di tutti i giorni, quello che ci appartiene quotidianamente perché parte della nostra realtà collettiva. La banalità del quotidiano si traduce quindi in visioni esemplari, trasformando in assunti poetici la freddezza di un angolo cittadino. D’altronde è sempre stato il compito dell’arte quello di convertire l’ordinario in straordinario. Un palazzo, un vicolo, una strada, un segnale stradale, uno scorcio cittadino, appartengono essenzialmente ad un memoriale intimo; questo concetto riabilita il pensiero proustiano della ripercorribilità dei luoghi (quelli da noi dipinti) che si ritrovano come emblemi di un tempo perduto. Se in Proust si parla del Tempo ritrovato, nei nostri paesaggi urbani si può parlare di Luoghi ritrovati:

Forse, l'immobilità delle cose intorno a noi è imposta loro dalla nostra certezza che sono esse e non altre, dall'immobilità del nostro pensiero nei loro confronti. (M. Proust).

Come  inizialmente è stato sottolineato, nei pellegrinaggi in cui avviene lo spostamento che attuiamo, per andare a catturare attimi votati alla sparizione, oggi servendoci del mezzo fotografico, la realtà diviene pretesto per riaffermare la propria identità altra; tale indagine visiva, attraverso il passo successivo che è la pratica della pittura, e quindi l’esecuzione del dipinto in atelier, diviene il pretesto chiave del nostro lavoro. Nel catalogo I luoghi ritrovati (febbraio ’94), Pietro Lenzini scrive: Una pittura di silenzio, di vuoto, dove protagonista è l’assenza, in uno spazio urbano anonimo, privo di identità, e lo straniamento sembra essere il comune denominatore delle opere.  Il panorama del quotidiano diventa fonte di stimolo creativo per figurazioni notturne e crepuscolari, o diurne, illuminate a tinte forti; è lo scenario di un paesaggio urbano ove la città - luogo spesso prosaico, insidioso, anonimo, frenetico - si rivela come emblema di una realtà a volte persino inospitale e alienante. E queste nostre visioni pittoriche sono un po’ come fotogrammi rubati alla vita, all’esistenza che percorriamo nelle vie del nostro presente, frammenti cinematografici bloccati da una atemporalità in velocità, quale lo scorrere del tempo che fugge e che solo la memoria può recuperare.

Scrive Flaminio Gualdoni nel catalogo edito da ART’E’ Intermittenze e memorie, 2003 - in La misura del meraviglioso: I Vaccari riconoscono e stabiliscono la qualità specifica, nuovamente decisiva, dell’immagine, atteggiandosi a un tutto moderno “penser couleur”. E ancora: I Vaccari sono, a modo loro, direbbe Gianni Celati, anch’essi dei “narratori delle pianure”, figli di una padanità capace non di meraviglia suadente e invadente, ma di una sorta di digrignante e stupefatta presa di possesso, attraverso il racconto, dell’esistenza.        

La pittura per noi è un piacere infinito, una pratica primaria e non potremmo immaginare la nostra vita senza l’atto quotidiano del dipingere. Per meglio dire, non riusciremmo mai a rinunciare di guardare il mondo e l’esistenza, come fossero già pittura. Ciò che vediamo... per i nostri occhi è già quadro! I nostri dipinti  svelano proprio questo: la straordinarietà delle cose semplici colte nella loro insospettata e fuggevole bellezza di un quotidiano apparentemente banale. Non a caso Gianfranco Labrosciano scrive nel numero di maggio/giugno 2011 della rivista ArtAntis: “ Erano quei notturni, immagini di un movimento lento colte all’interno di una vettura nella quale i gemelli viaggiavano, ma - come se al posto degli occhi avessero una telecamera [...] - per immettersi in un flusso più grande di quello che avevano davanti agli occhi, un fiume, addirittura, davanti al quale lo sguardo si stupiva e si lasciava catturare con la semplice meraviglia di chi considera, o è capace di considerare, la chiara semplicità della vita.

Da tempo è noto che noi dipingiamo a “quattro mani”, una nostra componente della vita che ci ha sempre contraddistinti in quanto gemelli monozigoti, permettendoci di compenetrare in assoluta sintonia lo svolgimento di un’opera, senza prevaricazione alcuna dell’uno sull’altro, mantenendo assiomi stilistici perfettamente univoci e compatibili. Tutto questo resta un mistero anche a noi stessi, pur risultandoci assolutamente naturale lavorare in questo modo. Al pari dei Dioscuri Castore e Polluce, nell’arte e nella vita appariamo inseparabilmente impegnati in imprese comuni, sino a misurarci in spettacoli di pittura sinestetica interagendo sulla stessa tela.

Approfondendo un altro po’ il tema delle fanciulle, possiamo valutare certi aspetti della letteratura di Nabokov e della pittura di Balthus. Del primo l’attrazione per le Lolite, l’infinto loro enigmatico codice attrattivo, idillio di una seduzione primordiale e vertiginosa, del secondo il mistero delle metafisiche estetiche che sfuggono al tempo e al suo significato in una liturgia della bellezza. Più che ritratti le nostre modelle rappresentano, anzi meglio dire “presentano” un ideale di situazioni di armonie fisiche, intese nel senso delle pose anatomiche che svelato l’incanto delle linee nei molteplici atteggiamenti femminili. Sono una sorta di “collezioni” visive che generano l’incantesimo di una sensualità propria esclusiva, appartenente a una “lei” soltanto e non ad un’altra, nelle molteplici e discontinue varianti delle posture. Lo sguardo, l’anima, la forza espressiva di una, rende “unica” quella bellezza, essenziale parte di un’insieme di “altri molteplici fiori”. Hesse sostiene che non si è mai paghi di bellezza nelle fanciulle: come un fiore spinge a godere di tante “varietà”, così si anela a molteplici... “varietà di bellezze” femminili.

A noi tutto interessa della loro bellezza, sul profilo del tema pittorico. I capelli, lo sguardo, l’espressione, le morfologie dei corpi, le loro posture negli atteggiamenti, è un corale infinito di “possibilità” della grazia e dell’armonia femminile che seduce sin nel profondo dello spirito. La grandezza della donna sta in ciò che l’uomo non sa gestire, dal quale è sopraffatto e subordinato, e cioè i meccanismi che la bellezza delle ragazze (donne o fanciulle che siano) innescano con la propria innata seduzione volontaria o involontaria. E’ questo che interessa all’artista, cogliere quel dettaglio, quell’attimo che risulta ai suoi occhi di particolare attrattiva erotica, manifestandosi come un’esplosione o talvolta in un solo anelito, di cui la donna non sempre è consapevole! “La Bellezza sarà convulsa o non sarà”, scrive Breton, che ancora più in esteso precisa: “La bellezza convulsiva sarà erotico-velata, esplosivo-fissa, magico-circostanziale o non sarà".

 

Per concludere, diamo uno sguardo al nostro percorso artistico dal proemio sino ad oggi: negli anni ottanta la nostra pittura aderiva alla generazione successiva della transavanguardia italiana, partendo con un espressionismo sintetico sino ad approdare ad un nomadismo pittorico proprio della transavanguardia di Bonito Oliva. Poi c’è stato un ritorno all’ordine con un realismo magico, sino a sfociare, alla fine degli anni novanta, ad un neo realismo di tipo americano: partendo da Hopper per poi arrivare ad uno stile figurativo alla Galliano, così per proseguire con la Nuova Figurazione d’oltreoceano, guardando alla suggestiva pittura dell’ultima generazione di artisti figurativi americani come J. Lipking, J. Collins, M. Klein e D. Kassan.

Diversamente dall’America, dalla Spagna e dalla Germania, purtroppo in Italia la Nuova Figurazione solo da pochissimo è stata rivalutata da un certo mercato d’arte contemporanea; il solito aberrante ostracismo della critica italiana, un certo  rifiuto al figurativo dopo una lunga tradizione legata all’arte concettuale, all’informale, alla street art, al graffitismo, all’installazione - ritenuti d’avanguardia -  hanno relegato il figurativo in un ingiusto isolamento di mercato. Tuttavia, per chi ama la “pittura per la pittura” come noi, non si ferma e và avanti con dedizione ed onestà professionale a dispetto di ogni possibile indifferenza della critica ufficiale. Ciò che ci ha sempre interessato è di riaffermare un’idea di qualità della pittura, di un’arte tutta rivolta al pragmatismo, ove è la pittura stessa che principalmente resta protagonista, prima ancora di preoccuparsi di un qualsivoglia contenuto d’avanguardia. Così la cosiddetta “pittura da cavalletto”, per molti erroneamente ritenuta sinonimo di accademismo non in linea con le mode importate, oggi più che mai, sancisce il diritto di fare parte della storia dell’arte contemporanea. Noi, in piena coscienza, sappiamo che non si può barare con la pittura, la quale - come grande arte - richiede tanta professionalità, umiltà nel lavoro, rigore e serietà, costante dedizione e - affermiamolo pure liberamente -  quel necessario coraggio di fregarsene di dover essere a tutti i costi all’avanguardia.

 

Alfonso e Nicola Vaccari


      Documentazione Arti Moderne e Contemporanee in Romagna   www.arteromagna.it/alfonso-e-nicola-vaccari/                                                 







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